
Lo Spilucchino è il Blog di Virginia.
Io l'ho incontrato per caso;
non lo conoscevo fino a poco fa.
E' stato un bellissimo incontro.
E' pieno di spunti alternativi e divertenti
(ultimo, ma solo per pubblicazione, il pesto di verza).
Non c'è da stupirsi che ci sia dietro una ragazza sveglia come Virginia.
Creativa e concreta. Sicuramente da conoscere.
Potete cominciare leggendo come risponde lei alle mie domande:
Domanda&Risposta
Io: Tecnica, creatività, artigianalità ed emozione da sempre sono pilastri dell’alta cucina ma solo negli ultimi anni si riesce a riconosce l’alta ristorazione come arte.
Per te è merito degli chef che sono diventati grandi comunicatori o di un mutato senso comune nei confronti della gastronomia?
Virginia: In realtà che l’alta ristorazione possa considerarsi arte lo pensano ancora in pochi (chef compresi). Personalmente non so ancora da che parte stare. A sostegno del legittimo dubbio si è recuperata l’antica distinzione tra arte ed artigianato, grazie alla quale si cerca di indagare la natura di questo nuovo fenomeno contemporaneo.
E’ chiaro che se ci basassimo sulle distinzioni proposte dalle categorie antiche (e per antiche intendo sino all’800) la cucina non potrebbe mai rientrare tra le arti (innanzitutto per la materia di cui tratta), ma se ci basiamo sulle evoluzioni del pensiero contemporaneo, allora forse questa davvero potrebbe essere considerata arte. Il nodo della questione sta nel capire qual è il suo scopo. L’emozione? Il piacere sensoriale? Quello intellettuale? La mediazione di un messaggio?Tutto quanto insieme?
Quello che so è che spesso la ricerca cervellotica (che peraltro tendenzialmente amo, sia chiaro) porta ad una scarsa attenzione nei confronti del gusto. E –ricordiamolo- un piatto, per potersi dire riuscito, deve innanzitutto essere buono.
Io: Bottura ha parlato, nel suo discorso a Identità Golose, di evoluzione della gastronomia grazie alle contaminazioni e di cucina contemporanea che verrà solo digerita nel futuro.
Come vi ponete nei confronti di tradizione e innovazione? Quali, secondo voi, sono le nuove avanguardie gastronomiche?
Virginia: Personalmente ritengo che in Italia la cucina contemporanea non verrà mai digerita e che il Belpaese rimarrà perennemente legato alla “cofana” di pasta in stile Albertone.
Per quanto riguarda il rapporto tra tradizione e innovazione, credo non possa esistere la seconda senza la prima e che tutta l’alta cucina italiana si sia mossa sulla base di questo assunto.
Le nuove avanguardie gastronomiche in Italia le vedo tutte rivolte in questo senso, attente cioè a riproporre piatti radicati nella tradizione alleggeriti, rivisitati in maniera più consona al tenore di vita moderno anche sulla base delle nuove tecniche di cottura.
Io: Sempre più spesso i foddies, nuovo target gastrofanatico, s’informano sempre di più online.
Quali sono secondo voi le prospettive per l’informazione cartacea e professionista quando la concorrenza di blogger chef/critici si fa sempre più compatta e affidabile?
Virginia: Sinceramente credo che il cartaceo non morirà mai. Ed è proprio la schiera dei blogger a dimostrarlo. Al di là del feticismo della carta (l’attaccamento a libri e riviste è, sempre crescente, all’ordine del giorno) si ha spesso la tendenza a voler “cartificare” (che forse è un certificare?) il proprio lavoro tramite la crescente proposizione di volumetti in pdf. La stampa crea una maggiore intimità con la materia che probabilmente il filtro dello schermo non riuscirà mai a rendere.
Io: che oramai il cibo non sia più un semplice nutrirsi è chiaro.
Cos’è per te?
Virginia: Credo che per me il cibo sia innanzitutto piacere. Piacere intellettuale e piacere sensoriale. E questo vale tanto per l’alta gastronomia quanto per le piccole-grandi scoperte in cucina di tutti i giorni.
Io: il vero gusto, secondo te, sta nella semplicità?
Virginia: Non so, forse più che nella semplicità sta nell’essenzialità. Nel senso che l’equilibrio di un piatto, a mio avviso, ruota attorno all’intimo legame tra una serie di ingredienti che devono essere perciò ben ponderati, senza eccessi né difetti (solo il necessario, appunto). Tutto deve risuonare armonicamente senza prevaricazioni né stonature, come ad un concerto (credo ci siano grosse analogie tra cucina e musica*).
Io: Quando la semplicità diventa lusso?
Virginia: Beh, quando il “giochino” di cui sopra funziona e, uscito dal ristorante, ti chiedi se sei appena stato alla Scala…
*A tal proposito, qualche tempo fa, mi ero divertita a segnalare il seguente stralcio:
“Raggiungere il corretto equilibrio tra i contrasti, interessando e stimolando in maniera corretta tutte le aree della retina. Tutte nello stesso istante.
Questo, per me, significa avere raggiunto l’obbiettivo principale del mio lavoro. Quando dipingo, immagino l’occhio come un coro in cui tutte le voci, stimolate come si deve, devono produrre una melodia e anche un’armonia.
Dove le vibrazioni seguano un andamento coerente, con pause e cadenze equilibrate, perfette nel ritmo, senza prevaricazioni. Questo non significa certo senza prevalenze.
Anche in un coro c’è una voce che prevale. Ma non prevarica.
Fateci caso ascoltando un disco. Magari un gospel.”
Perché ci sembra tutto così ovvio? Chi è che parla? Forse Monet?
E se vi dicessi che ho sostituito il termine "palato" con "retina"/"occhio" e "cucinare" con "dipingere"? Diventerebbe tutto una buffonata? Sapere che è stata scritta da un cuoco (Davide Oldani) ne riduce forse il valore, la fondatezza?
